martedì 23 aprile 2013

LA MIA INFANZIA, VISTA CON GLI OCCHI DI UN COWBOY

Magari pure sporco e polveroso, ma con quel fascino da bello e dannato che avevano solo i cowboy dei migliori western della storia del cinema.
Prima una torta texana e ora vaneggio di cowboy.. no! non sono impazzita, se è questo che vi stavate chiedendo. ^^
La sfida dell'emmetici questo mese ci porta nuovamente oltreoceano, dove due mesi fa avevamo scoperto e conosciuto la red velvet (qui e qui le mie due versioni); questa volta scopriamo forse uno dei piatti più celebri della cucina americana: il chili con carne, proposto da Ann di Blog2food, la vincitrice della sfida sulla fideuà.

La ricetta è semplicissima, carne, salsa chili e spezie: stop! La cottura è lunga, perchè è comunque uno stufato, e dovrete far riposare la carne diverse ore prima di servirla - Ann dice anche di prepararla il giorno prima - e dovete abbinarci un buon contorno e un ottimo pane, perchè mica vorrete che quel sughino li vada perduto eh?!

Io in questo piatto ho ritrovato molti dei sapori della mia infanzia (che se non ci fosse l'emmetici a farci scoprire e riscoprire certe cose, ma noi dell'MTC Worldwide fan club, come faremmo??!)

Non sono mai stata negli USA da piccola, nel caso ve lo chiedeste, ma ho ritrovato un pò di me in ognuno di questi elementi.
Innanzitutto la carne stufata, "volgarmente" chiamato spezzatino: il procedimento e gli ingredienti sono diversi, ma il sapore, il sughino avvolgente, e la carne così tenera che si scioglie in bocca, quelli sono prerogative dello spezzatino di mamma Luigina!

Secondo elemento: le patate. Oggi usiamo spesso e volentieri le patate in busta, per il purè, perchè si corre sempre e non si ha tempo per fare le cose con tutti i santi crismi - per lo meno sette volte su dieci - ma quando ero piccola e questi preparati non esistevano, ogni volta che mia madre metteva a lessare delle patate per farci il purè per cena, era una vera festa. Una morbidezza e un sapore unico, molto simile in verità a queste patate alla panna acida.

Terzo elemento: il pane di granturco. Ogni volta che si andava in gita al mare facevamo sempre la stessa strada, quella che da Antrodoco va verso Posta, e transita per un paesino chiamato Acquasanta Terme - nelle Marche, a una ventina di km da Ascoli Piceno. In quel piccolo paesino, c'è un forno che fa il più buono pane di granturco che io abbia mai mangiato: guai se ad ogni passaggio non prendevamo un paio di pagnotte di quel pane - che la maggior parte delle volte era appena sfornato, ancora caldo - una da mangiare subito, e una da riportare a casa - una vera goduria per le papille gustative. In questo pane, fatto seguendo la ricetta di Martha Stewart, ho ritrovato non solo la stessa fragranza, ma anche la stessa consistenza, umida e leggermente sbriciolosa di quel pane.

Dopo aver provato la Plum & Pinon streusel cake e questo meraviglioso chili, ribadisco il concetto che se in Texas si mangia così bene, io voglio andarci!!
 
Chili, sour cream mashed potatoes & classic cornbread



Ingredienti per 4 persone

Per il chili

800 gr di spezzatino di manzo
4 peperoncini freschi dolci
sale e pepe q.b.
1 cucchiaino di paprika dolce
1/2 cucchiaino di salsa chili (con i peperoncini secchi) per la quale ci occorrono:

10 peperoncini secchi (io 4 peperoncini neri di calabria e 6 peperoncini piccoli)
acqua calda

Per le patate alla panna acida

550 gr di patate
220 gr di latte
70 gr di burro
50 gr di panna acida
sale e pepe q.b.
noce moscata

Per il cornbread - ricetta di Martha Stewart

125 gr di burro fuso
187 gr di farina gialla
125 gr di farina 00
3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaino di lievito per torte salate
1/2 cucchiaino di sale
1 punta di cucchiaino di bicarbonato di sodio
125 ml di latticello (io latte parzialmente scremato)
2 uova medie
 
Partiamo dalla preparazione della salsa chili a base di peperoncini freschi dolci e quella con i peperoncini secchi.

Per le salse a base di peperoncini ho seguito i consigli di Elena, del blog La cucina di Bucci, pubblicati sul blog dell'MTC.
Iniziamo con quella di peperoncini freschi.


Il procedimento è uguale a quello per fare i peperoni arrostiti; accendiamo il forno a 220°, pulite i peperoncini con un panno leggermente inumidito, se sono molto sporchi. Disponeteli in una teglia rivestita con carta forno e infornate per 10-20 minuti girandoli di tanto in tanto, finchè la pelle non diventerà nera in più punti. A quel punto sfornate, lasciateli riposare o avvolti nella carta d'alluminio o in un sacchetto di plastica per alimenti ben chiuso per 15 minuti circa: questo passaggio faciliterà l'operazione di spellatura.
Spellate, eliminate il peduncolo e i semi, e frullate. La salsa (sia quella di peperoncini freschi, che quella fatta con quelli essiccati) si conserva in frigo per qualche giorno coperta da olio evo, oppure in congelatore per diverso tempo.

Per la salsa chili di peperoncini secchi.

 
Aprite per il lungo un peperoncino alla volta, eliminate i semi, i filamenti e il peduncolo, quindi mettete i peperoncini puliti in una ciotolina e versatevi sopra acqua bollente fino a coprirli a filo. Lasciate in infusione per 2 ore.
Trascorso il tempo di infusione, scolateli - tenendo da parte l'acqua - e metteteli nel bicchiere del mixer con parte dell'acqua per ottenere una pasta abbastanza densa. Aggiungete se necessario altra acqua per mixare al meglio. Filtrate la pasta con l'aiuto di un setaccio a maglie fine in modo da eliminare ogni buccia e recuperare tutta la polpa.

Una volta che le salse sono pronte possiamo preparare la carne.
In una pentola ampia, dai bordi alti e il fondo spesso ed adatta anche alla cottura in forno mettiamo la carne, la salsa di peperoncini freschi e poca di quella con i peperoncini secchi - che è quella HOT! quindi va dosata in base ai gusti personali - saliamo, pepiamo e aggiungiamo la paprika. A fuoco dolcissimo facciamo cuocere con il coperchio per 1 ora e mezzo, girando di tanto in tanto.


Proseguiamo la cottura della carne in forno preriscaldato a 120° ancora per 1 ora e mezzo, controllando e girando ogni tanto.

Per le patate alla panna acida: lessiamo le patate con la buccia finchè la lama di un coltello entrerà facilmente nella polpa, le scoliamo e quando sono un pò tiepide le spelliamo e le schiacciamo in una ciotola con l'aiuto di uno schiaccia patate. In un pentolino mettiamo a scaldare il latte e il burro insieme. Quando il composto sarà caldo e il burro sciolto lo versiamo nelle patate, amalgamando il composto. Aggiungiamo la panna acida, sale e pepe, e un pizzico di noce moscata in polvere.



Servire calde.

Prepariamo ora il corn bread. Preriscaldiamo il forno a 200° e imburriamo uno stampo quadrato di 15 cm di lato - io uno stampo piccolo da plum cake. Nella ciotola del mixer misceliamo le due farine, il sale, il lievito per torte salate e il bicarbonato di sodio. A parte battiamo le due uova leggermente insieme al latticello (io ho usato il latte). Fondiamo il burro in un pentolino e lo lasciamo intiepidire.


Con il mixer azionato, aggiungiamo la miscela di uova e il burro e lasciamo amalgamare finchè il composto sarà omogeneo: risulterà molto morbido, tranquilli va bene così. Inforniamo e cuociamo per circa 25-30 minuti, finchè, facendo la prova stecchino questo ne uscirà pulito. Questo pane, oltre ad essere straordinariamente buono, umido e profumato, si conserva a temperatura ambiente, avvolto nella pellicola per oltre 3 giorni.



Componiamo ogni piatto con un mestolo di chili di carne, delle patate alla panna acida e una fetta di cornbread. L'ideale sarebbe accompagnarlo con della buona birra artigianale, ma nessuno vi vieta di servire insieme al chili un buon vino rosso.

sabato 20 aprile 2013

PLUM & PINON STREUSEL CAKE, DAL TEXAS CON FURORE!

Ci sono giornate che partono in sordina, per poi farti ingranare la quarta!
E' il caso di mercoledì scorso, quando, molto timorosa e ancor più dubbiosa, mi sono seduta davanti al monitor dell'aula informatica della mia facoltà per sostenere per la sesta - si avete letto bene, SESTA - volta l'idoneità di informatica. Domanda dopo domanda, minuto dopo minuto... dopo 54 minuti ho consegnato la prova e il risultato si è palesato di fronte ai miei occhi: PROVA SUPERATA!!! Era un'esame semplice, tuttosommato, ma se siete dei muli come me con la matematica, era uno scoglio grande come i Faraglioni a Capri.
Dopo aver tirato un sospiro di sollievo, e ringraziato il professore (e non nego, anche qualche santo), sono tornata a casa e mi sono messa al lavoro per l'MTC.

Fare una torta dopo certe giornate mi rilassa tantissimo, e questa torta prometteva molto.
E' una torta originaria del texas, dove Ann, la vincitrice dello scorso mese dell'MTC, ha vissuto alcuni anni. Vi dico solo questo: se in Texas si mangia così bene, voglio trasferirmi lì!
 
Plum and pinon streusel cake
 
 
Per lo streusel

45 gr di burro freddo
105 gr di zucchero di canna
70 gr di pinoli tostati
1 cucchiaino di cannella
1 pizzico di sale

Per il crumble

75 gr di farina 00
170 gr di burro a t.a.
150 gr di zucchero semolato
1 pizzico di sale

Per la torta

170 gr di burro a t.a. + quello per imburrare la teglia
325 gr di farina 00
2 cucchiaini di lievito per dolci
1 cucchiaino di bicarbonato di sodio
1/2 cucchiaino di sale
250 gr di zucchero
3 uova grandi
338 gr di panna acida
340 gr di prugne
1 cucchiaino di estratto di vaniglia naturale

in più ci occorrerà

zucchero a velo

Per prima cosa occorre preriscaldare il forno a 180° e imburrare e infarinare una tortiera da 26 cm Ø.

Ora passiamo a preparare lo streusel, che è molto simile al crumble, con la differenza che il burro presente nell'impasto deve essere lavorato a freddo e si deve cercare di non scaldarlo; mettiamo tutti gli ingredienti in una terrina, poi con due coltelli si fa un impasto grossolano, che deve risultare molto "bricioloso" (si lavora con le lame dei coltelli proprio per evitare di scaldare il burro) - in alternativa, per chi lo possiede, si può utilizzare il pastry blender (letteralmente, frusta per impasto). Finita la lavorazione poniamo la terrina con lo streusel in frigo.

Successivamente possiamo preparare il crumble. In un'altra terrina mettiamo tutti gli ingredienti e, stavolta con le dita, sbricioliamo, andando ad amalgamare il burro alla farina e allo zucchero fino ad ottenere delle briciole. Io ho lavorato questo impasto nella planetaria, con il gancio K a velocità 4 per un paio di minuti. A fine lavorazione anche il crumble va riposto in frigo fino al momento di essere utilizzato.

E ora tocca alla torta. Setacciamo la farina, il lievito, il bicarbonato e il sale in una terrina.
Nella ciotola della planetaria - ma potete benissimo usare lo sbattitore elettrico - ho inserito il burro a temperatura ambiente e lo zucchero, e con il gancio K ho montato finchè il burro era bianco e spumoso. Battiamo leggermente le uova da parte, abbassiamo la velocità a 3 e le inseriamo in due-tre volte nel composto di burro, lavorando bene dopo ogni aggiunta ed eventualmente staccando dalle pareti l'impasto con una spatola.

A questo punto inseriamo la farina e la panna acida, alternandole e iniziando e finendo con la farina (farina-panna-farina-panna-farina), lasciando amalgamare bene il composto dopo ogni aggiunta.

La versione originale della torta prevede l'uso delle susine, ma visto che siamo fuori stagione e che per pura fortuna ho trovato delle prugne rosse al super, mi sono dovuta accontentare di quelle. Ora si dovrebbero lavare, tagliare a metà, privandole del nocciolo, e inserire nell'impasto; io che ho trovato prugne più grandi, le ho tagliate in pezzi più piccoli e le ho unite al composto con la spatola, aggiungendo infine la cannella.
Non rimane che assemblare la torta nella teglia per la cottura, che è l'unica vera difficoltà di questa torta. Procediamo così: versiamo metà impasto della torta sul fondo della tortiera, versiamo sopra lo streusel, quindi completiamo con la restante metà di impasto della torta e lo spruzziamo con l'estratto di vaniglia.


Inforniamo a forno già caldo (a 180°) per 20 minuti. Trascorsi questi primi 20 minuti di cottura, tiriamo fuori dal forno, aggiungiamo il crumble e inforniamo nuovamente per ulteriori 25-30 minuti, o finchè la superficie è ben dorata.
A quel punto possiamo sfornare, e lasciare freddare completamente su una gratella.
Visto che la torta è molto umida vi consiglio di utilizzare una tortiera a cerchio apribile in modo che non appena sia fredda potete togliere il cerchio e lasciarla freddare sul fondo della tortiera, e poi, solo quando è completamente fredda, trasferirla su un vassoio aiutandovi con una spatola angolata.

Servire spolverando la superficie con dello zucchero a velo.


E' una torta buonissima, soffice, umida e burrosa, con il giusto contrasto acidulo e dolce, che si sposa a meraviglia con quella crosticina croccante del crumble, che da quel tocco in più! Ricorda il sapore della Mantovana e della torta di mele.... è buonissima: dovete provarla!

Potete trovare questo post anche qui, sul blog dell'emmetici.

martedì 16 aprile 2013

ORECCHIETTE CON BROCCOLI E SALSICCIA

Post veloce oggi, ma non disperate, bollono in pentola dei piatti fantastici, direttamente dal Texas!
 
In questi giorni di tempo incerto, con sole e aria calda alternati a nuvole e venti più freddi, si sente ancora il bisogno di un primo piatto buono, che "scalda",ma allo stesso tempo leggero perchè c'è solo un filo d'olio a crudo e la presenza della salsiccia sbriciolata lo fa diventare un perfetto piatto unico. Ed è pure veloce da preparare: si fa tutto mentre l'acqua bolle e la pasta cuoce, quindi ideale anche se si va di corsa o se all'ultimo momento di ha qualche commensale in più all'improvviso.
 
Orecchiette con broccoli e salsiccia
 

Per 4 persone

320 gr di orecchiette di grano duro
300 gr di broccoli (io ho usato quelli surgelati)
3 salsicce di maiale
sale
peperoncino
uno spicchio d'aglio
olio evo
 
Per prima cosa mettiamo a bollire l'acqua in una pentola molto capiente; quando bolle buttiamo le orecchiette, le mie 18 minuti di cottura.
Nel frattempo ho tolto la pelle alle salsicce, le ho sbriciolate e le ho messe a cuocere in una padella ampia, dove poi salterò la pasta.
Dopo 8 minuti ho buttato insieme alle orecchiette i broccoli ancora surgelati e ho finito la cottura della pasta.


Quindi ho scolato il tutto e ho fatto saltare nella padella, insieme alla salsiccia, aggiungendo un filo d'olio, uno spicchio d'aglio e una spolverata di peperoncino. Potete lasciare i broccoli così come sono, interi, oppure schiacciarli con una forchetta.
 
Impiattate e servite. Accompagnate con un buon bicchiere di vino rosso, magari un buon Montepulciano d'Abruzzo.
 

martedì 9 aprile 2013

UOVO IN CAMICIA CON PEPERONI E ACETO BALSAMICO: SI PARTE DALLE BASI!

Martedì scorso guardavo Masterchef, e i concorrenti dovevano riprodurre un piatto ideato dal vincitore della prima edizione, Spyros: fondina di peperoni con uovo in camicia. Praticamente c'erano dei peperoni arrosto con un uovo in camicia - e poi panato con briciole di pane alle olive e fritto. 
La vera difficoltà del piatto era costituita proprio dalla doppia cottura dell'uovo.

Le uova sono un'alimento semplice, nutriente e completo, e allo stesso tempo sono uno degli alimenti più difficili da cucinare in purezza: la cottura in camicia è un vero e proprio spauracchio per molti! Guardavo infatti i concorrenti che nel pieno del panico cercavano di cuocere un uovo in camicia perfetto.
 
L'uovo in camicia, al contrario di ciò che si crede comunemente, non è l'uovo all'occhio di bue cotto nel tegamino: la cottura è effettuata in acqua bollente acidulata con aceto di vino bianco, il tuorlo viene racchiuso e avvolto nell'albume che rassoda attorno ad esso. La difficoltà sta proprio nel far si che l'uovo si chiuda su se stesso, senza che si rompa, e lasciando il tuorlo all'interno liquido.
 
Oggi mi sono cimentata in questa "titanica" impresa.
 
Uovo in camicia con peperoni e aceto balsamico
liberamente tratta da una ricetta di Spyros Theodoridis
 
 
per i peperoni
 
4 peperoni gialli e rossi
olio evo
1 spicchio d'aglio
1 bicchiere d'acqua
 
per le uova in camicia
 
1 o 2 uova per ogni commensale, freschissime
acqua bollente
aceto di vino bianco
 
Laviamo i peperoni, li tagliamo a metà ed eliminiamo i semi e le parti bianche interne, quindi li tagliamo a listarelle. Mettiamo i peperoni in un tegame con un filo d'olio evo, l'aglio e l'acqua, copriamo con il coperchio e lasciamo cuocere a fuoco bassissimo per 1 ora 1 ora e 15, girando di tanto in tanto. 
 
Quando i peperoni saranno cotti prepariamo le uova.
 
In un tegame dai bordi alti si mette a bollire l'acqua, e non appena sobbolle si aggiunge l'aceto di vino bianco, circa 100 ml ogni 2 litri d'acqua. Rompiamo le uova in una ciotolina: sarebbe meglio romperne uno alla volta e calarlo in acqua per evitare che si agglomerino in cottura.
Non appena riprende il bollore, con un cucchiaio, si gira, creando un vortice, al centro del quale si mette l'uovo che inizierà a girare insieme all'acqua e si chiuderà su se stesso. Abbassiamo il gas e lasciamo l'acqua bollire piano. Possiamo aiutare l'uovo a chiuedersi girando piano l'acqua, sempre nello stesso verso e senza toccare l'uovo.
Deve cuocere per 2 minuti in totale, affinchè l'uovo resti liquido al centro.
 
 
Quindi scolare con una schiumarola e scolarlo su un foglio di carta assorbente, eliminando poi eventuali irregolarità dei bordi con un coltellino affilato.
 
Servire immediatamente.

Io l'ho accompagnato con dei peperoni arrosto, ma si sposta benissimo con delle verdure stufate o degli asparagi al burro, farete un figurone con pochi e semplici ingredienti!

venerdì 5 aprile 2013

PER CEDERE ALLA TENTAZIONE: HI-HAT CUPCAKES

Chi viene a cena - o a pranzo - a casa mia, si aspetta sempre di trovare un buon dolce a conclusione del pasto.. E infatti non manco mai di soddisfare i miei ospiti con una piccola - o grande - golosità.
 
Ho servito questi cupcakes la scorsa settimana, dopo una bella cena la cui portata principale erano dei fumanti spaghetti alla gricia.. 
A cena eravamo nove, e avevo fatti sedici, ne sono avanzati due soli (di cui uno messo da parte prima di servirli per quel golosone di mio fratello)!
Questo è il momento perfetto per farli, perchè scommetto che nella vostra dispensa c'è un bel pò di cioccolato delle uova di Pasqua da smaltire: provateli!
Vi riporto la ricetta originale, anche se io per la base ho usato quella per gli oreo cupcakes, omettendo il cacao che non avevo, facendo quindi una base alla vaniglia e mettendo una mini meringa - con cottura a forno spento) come cappellino. In rosso, vi riporto le mie modifiche.
 
Hi-hat cupcakes
 
 
Ricetta e procedimento dal blog Penna e Forchetta

Per 20 cupcakes (la base è una devil's food)

180 g burro a temperatura ambiente
90 g cacao
90 g acqua calda
90 g latticello
360 g farina
1 cucchiaino di bicarbonato di soda
1/2 cucchiaino di sale
160 g zucchero
2 uova
1 cucchiaino di vaniglia

Per il frosting

600 g zucchero (io 250 gr)
6 bianchi d'uovo a temperatura ambiente
120 g acqua (l'ho omessa)
1/2 cucchiaino di cremor tartaro
1 cucchiaino di estratto di vaniglia

Per la copertura di cioccolata
700 g cioccolato fondente al 50% (io 200 gr)
6 cucchiai di olio di girasole (io 1 cucchiaio)

Per prima cosa scaldo il forno a 180° e preparo i pirottini negli stampi da muffin.

In una ciotola mescolo il cacao con l'acqua calda fino ad ottenere un composto morbido. Aggiungo il il latticello, mescolo e lascio da parte.
In una seconda ciotola mescolo la farina setacciata, il sale e il bicarbonato di soda, mescolo e lascio da parte.
Nel frattempo, con l'aiuto della frusta elettrica, mescolo, in un'altra ciotola, il burro e lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso. Raggiunto questo stadio mescolo ancora per 3-4 minuti e quindi aggiungo le uova una alla volta continuando a mescolare.
Aggiungo quindi la vaniglia.

A questo punto aggiungo il composto a base di farina alternandolo con l'impasto a base di cacao. Faccio attenzione di iniziare e terminare con il composto a base di farina.
Continuo a utilizzare le fruste finché non ottengo un composto omogeneo.

Verso l'impasto nei pirottini di carta e faccio cuocere nel forno caldo a 180° per circa 15 minuti. Prova stecchino.

Spengo il forno, tolgo gli stampi dal forno e lascio riposare per circa un quarto d'ora.
Tolgo i cupcakes dagli stampi e lascio raffreddare su una graticola per dolci.

Frosting

In una pentola, o in una ciotola di metallo, (idoneo per essere messo a bagnomaria), metto lo zucchero, i bianchi d'uovo, l'acqua e il cremor tartaro.
Con l'aiuto di una frusta elettrica mescolo finché non ottengo un composto spumoso.

Nel frattempo preparo il bagnomaria facendo scaldare un poco d'acqua in una pentola sufficientemente capiente e appena l'acqua comincia a bollire vi trasferisco la pentola con i bianchi d'uovo montati.
Continuo a utilizzare le fruste per circa 5 minuti, finché, toccando i bianchi montati a neve, questi non risultino tiepidi (io ho portato a 85°, come si fa per la meringa svizzera).
Aggiungo la vaniglia, tolgo dal fuoco e nella ciotola del ken con la frusta ho montato per 15 minuti.

A questo punto trasferisco il frosting in un sac a poche con punta tonda e ricopro i cupcakes.
Mentre preparo la copertura di cioccolato lascio riposare i cupcakes in frigorifero.
NDR. Con il frosting avanzato ho formato delle mini meringhe su una teglia rivestita di carta forno e ho cotto a forno spento, secondo il metodo che potete trovare qui.

Copertura al cioccolato

Spezzetto il cioccolato in una pentola e aggiungo l'olio di girasole. Metto il cioccolato a cuocere a bagnomaria e lo lascio sciogliere mescolando.
Una volta sciolto lo trasferisco in un contenitore piccolo ma profondo (ad esempio il bricco del latte).
Lascio raffreddare per un quarto d'ora

Assemblaggio

Appoggio una graticola da dolci su un foglio di cara da forno (così eviterò di sporcare il tavolo con il cioccolato che sgocciolerà dai cupcakes).Prendendo il cupcake per la base lo immergo rapidamente nella copertura. Lo estraggo e lo lascio asciugare sulla gratella. Procedo così per tutti i cupcakes. Al termine con un cucchiaino prelevo un poco di copertura che faccio colare su eventuali "buchi".
 

Mettere in frigorifero per 2 ore prima di servire.
 
Questo è ciò che ne è rimasto.. "vuoti a rendere" mi hanno detto, "così puoi riempirli di nuovo!"
 
 

martedì 2 aprile 2013

AMETLLES GARAPINYADES: SIMILITUDINI TRA L'ABRUZZO E LA CATALUNYA

"Nel XVI secolo si sostituì alla dominazione angioina la dominazione spagnola. Il fiero popolo abruzzese mal sopportò la nuova tirannia e numerose furono le rivolte che si succedettero. La più grave fu quella scoppiata a L'Aquila nel 1529.

Il castello che sorge a L'Aquila fu eretto dagli Spagnoli per alloggiarvi una guarnigione che sorvegliasse la città.
Il forte Spagnolo dell'Aquila, imbiancato dalle abbondanti nevicate di Febbraio 2012
Sul portale si leggeva la scritta, ora tolta, che spiegava lo scopo di quel castello :
"Ad reprimendam audaciam Aquilanorum"

"Per reprimere l'audacia degli Aquilani".

Ma nonostante le severe misure di repressione adottate dagli Spagnoli, gli Abruzzesi non trascurarono alcuna occasione per ribellarsi. Essendo scoppiata una nuova rivolta, nel 1684, gli Spagnoli decisero di dividere la regione in tre province, per sorvegliarla meglio. Le province ebbero come capoluogo le città di Chieti, Teramo e l'Aquila. Questa divisione continuò ad esistere anche sotto la dominazione austriaca e borbonica. Solo nel 1860, à conclusione dell'impresa dei Mille, l' Abruzzo venne liberato dalle truppe italiane, comandate dal generale Cialdini. Da allora la sua storia segue le vicende delle altre regioni italiane."
Va da se che ci sono dunque delle fortissime influenze spagnole anche nella cucina abruzzese. Infatti gli spagnoli insediatisi in queste terre, avevano portato con loro, oltre ai fucili, anche le loro tradizioni gastronomiche.
Nel periodo di Natale, a fine pasto, sono infatti immancabili sulle tavole degli aquilani i nocci attorrati, ovvero mandorle intere, velate da una copertura di zucchero. La similitudine con le ametlles garapinyades è lampante. Stesso risultato estetico, stesso sapore.
Nella variante abruzzese le mandorle sbollentate in acqua per qualche istante per eliminare la pelle, e all'acqua per la caramellizzazione si sostituisce l'alkermes, che conferisce alla copertura zuccherina delle mandorle un colore leggermente rossastro.
 Ametlles garapinyades o mandorle caramelizzate
 

100 gr di mandorle con la pelle/buccia
125 gr di zucchero
1 dl d'acqua

Riunire tutti gli ingredienti in una pentola di alluminio e mettere sul fuoco che bolla pian piano, senza mai smettere di mescolare con un mestolo di legno.
 
Dopo qualche istante le mandorle cominciano a fare rumore e magari anche a scoppiettare, allora togliere dal fuoco, ma senza smettere di mescolare fino che lo zucchero non si sia seccato.
Poi di nuovo ripetere e rimettere la pentola sul fuoco, sempre mescolando, e poi toglier di nuovo, e così un pò di volte, facendo attenzione di non fare scioglier lo zucchero.
Quando le mandorle e lo zuchero hanno un colore dorato stenderle sul marmo o carta da forno oleata in modo di non farle attaccare le une con le altre e lasciarle raffreddare.
 

Potete trovare questo post anche sul blog dell'Emmetici!

sabato 30 marzo 2013

DI PANE ALL'ANICE E DI TRADIZIONE DI FAMIGLIA

E' tutto pronto per domani! La tovaglia è ben stirata, i bicchieri e i piatti tutti riuniti, il centro tavola con i rami di mandorlo fioriti e i segnaposto fai-da-te anche, il vino e i liquori pronti per essere messi in fresco, il dolce che rapprende in frigo. Domani è Pasqua, e non vedo l'ora di avere tutti ospiti a casa mia per un bel pranzo in famiglia.
 
L'ho sempre desiderato. Ospitare genitori e (quasi)suoceri a casa mia, e sfornare tante bontà per saziare la golosità di tutti. Le chiacchiere a tavola, le risate, e i silenzi profondi quando tutti hanno la bocca piena.
Da domani quindi, inizia la mia personale tradizione di famiglia, fatta di buon cibo, piatti della tradizione e novità, perchè l'innovazione, accanto all'amore per i nostri usi e costumi, anche a tavola, è quel je ne sais quoi che segna il confine per un pranzo o una cena ben riusciti.

Il menù, ve l'ho detto, e comprende anche questo pane all'anice, come accompagnamento dell'antipasto, insieme al pane di farina gialla. Ottimi anche da preparare per la scampagnata di pasquetta, perchè rimangono morbidi per 2-3 giorni e si conservano benissimo avvolti in un canovaccio pulito di cotone: proprio stile pic-nic! Oppure, per un buffet, da tagliare a quadrotti, su ognuno dei quali va adagiata una fettina di salame, del formaggio o, perchè no, anche del salmone affumicato: quindi perfetto anche come fingerfood.
 
Pane con semi di anice


 
Per due panetti o per un solo pane cotto in uno stampo grande da plum-cake
 
4 uova
farina q.b. 
1 bicchiere scarso di olio evo
1 bicchiere scarso di latte
35 gr di lievito di birra
1 pizzico di sale
semi di anice a piacere
 
Nella ciotola del Ken - è possibile, ovviamente, fare l'impasto anche a mano - ho messo 400 gr di farina (e ho aggiunto poi quella che richiedeva l'impasto), il sale e i semi di anice, privati dei "peletti", e le uova, avviando la lavorazione a bassa velocità.
Ho stiepidito il latte e vi ho sciolto il lievito di birra, aggiungendolo alle polveri. Quindi ho aggiunto l'olio evo e ho lasciato incordare ancora, aggiungendo farina q.b. fino ad ottenere una palla d'impasto morbida, ma che stava insieme.
 
Ho posto a lievitare in uno stampo da plum-cake leggermente oleato e infarinato fino al raddoppio.
Cottura a 180° per 30 minuti circa. Il pane è cotto quando scaravoltandolo e battendo con la nocca sul fondo il suono è sordo. Per sicurezza, fate anche una prova stecchino.
 
Il pane all'anice va preparato il giorno prima, perchè deve essere leggermente friabile. Io lo servirò domani come accompagnamento all'antipasto del pranzo.


Auguri per una serena Pasqua a tutti!

giovedì 28 marzo 2013

POLPETTE DI MELANZANE, LEGGERE E BUONISSIME

Non vado matta per le melanzane; se le devo mangiare, ovvio, le mangio senza problemi. Ma non mi fanno impazzire.
Gli unici modi in cui le consumo sono la ratatouille, la parmigiana, ma proprio un pezzettino piccolo piccolo - perchè è molto carica - e queste polpette.
 
Sono una ricetta della mia mamma, e già questa è una garanzia. Il procedimento è semplicissimo, e il risultato è favoloso: sono leggere, croccanti fuori e morbide dentro, si possono preparare in anticipo e sono buone fino a due giorni dopo.
E' un ottima idea per la scampagnata di Pasquetta.
Qui da noi, a l'Aquila, è tradizione riunirsi in campagna per fare "l'arrostata" ovvero cuocere alla brace arrosticini (che da qualche tempo sono diventati DOC) e costatine di pecora, meglio conosciuto come "castrato", dal sapore forte e deciso. Di solito durante "l'arrostata", che si protrae durante tutto il giorno - e se il tempo lo consente anche a cena - si accompagnano arrosticini e costatine con bruschette, verdure grigliate, torte salate e stuzzicherie varie, come queste polpette.
Le provate?
 
Polpette di melanzane
 
 
Per 8 polpette di 8 cm di  Ø
 
1 melanzana tonda
4 cucchiai di parmigiano o pecorino grattugiato(dipende se volete un gusto più delicato o più deciso)  
1 uovo
mollica di pane raffermo q.b.
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
pan grattato
sale
olio evo o olio di semi (a seconda se sceglierete la cottura in forno o la frittura)
 
Per prima cosa si lava la melanzana e si elimina il picciolo. Si taglia a pezzi, grossolani, e si lessa in acqua bollente leggermente salata finchè tutti i pezzi sono morbidi. Ci vorranno circa 10-15 minuti.
Una volta cotti, scolateli e lasciateli intiepidire. Quindi strizzateli leggermente.
 
In una ciotola aggiungete la melanzana lessa e con una forchetta schiacciatela fino a renderla pastosa - devono sparire i pezzi - quindi aggiungete l'uovo, il formaggio grattugiato, il prezzemolo e amalgamate. Continuate aggiungendo la mollica di pane raffermo, sbriciolandola con le dita, finchè il composto avrà preso di consistenza (non deve essere solido, ma nemmeno liquido). Aggiustate di sale.
 
Mettetene un cucchiaio sul palmo della mano leggermente bagnata, e formate la polpetta, passandola poi nel pan grattato e tenendola da parte. Proseguite fino ad esaurimento dell'impasto.
 
Ora avete due possibilità di cottura: friggerle o cuocerle in forno.
 
Per la cottura in forno: in una teglia, con il fondo foderato di carta forno, versate poche gocce di olio evo, e posizionate le polpette. Cuocete a 180° per circa 20 minuti, girandole a metà cottura, in modo che saranno dorate da ambo i lati.
 
Per la frittura: friggete le polpette in olio di semi caldo, fino a doratura.
 
Come dicevo più su le polpette possono essere consumate subito, calde, oppure fredde: sono un ottimo secondo o un buon antipasto, ma all'occorrenza, facendone di piccole, di 2-3 cm di Ø, possono essere un ottimo fingerfood e comparire così anche nell'aperitivo o in un buffet.
Si possono preparare fino a due giorni prima, conservanodole in frigo coperte da pellicola per alimenti: basterà scaldarle in padella, senza bisogno di aggiungere olio, o passarle 5 minuti in forno già caldo.

mercoledì 27 marzo 2013

FILETTO ALLA WELLINGTON: UN'ALTERNATIVA PER PASQUA

E così è arrivata la primavera, e speriamo anche il bel tempo, e tra pochissimi giorni anche la Pasqua.
Per la prima volta, quest'anno, avrò l'onore di organizzare io il pranzo di Pasqua e sono emozionatissima. E nervosissima.
 
Ho già messo a punto un menù studiato e curato, coadiuvata dall'aiuto dalle matriarche della famiglia, mia madre e la madre di ale, che mi aiuteranno a preparare alcune delle portate previste:
 
Antipasto
 
Salumi e formaggi
Frittata di asparagi selvatici
Vol-au-vent con cotto e piselli in salsa besciamelle
Uova sode 
 
Pane all'anice (a breve la ricetta)
 
Primo
 
Tagliatelle al ragù d'agnello
 
Secondo
 
Agnello al forno con patate
Coratella con sottaceti
Coratella con rosmarino e vino rosso
 
Insalata verde
 
Dolci e frutta
 
Uovo di cioccolato
 
Fragole con panna
 
Caffè e liquori fatti in casa
 
Speriamo che i miei ospiti gradiscano.
 
Una ricetta per un secondo piatto alternativo all'agnello potrebbe essere il filetto alla wellington di Gordon Ramsay: facile da preparare (contrariamente alle aspettative), facile anche la cottura - a patto che vi atteniate ai tempi di cottura, assicurati dalle amiche di Menù Turistico, che ci raccontano anche la storia dell'origine di questo piatto - e spettacolare il risultato.
 
Filetto alla wellington
 
 
Per 4 persone:
 
1 pezzo intero di filetto di manzo, del peso di circa 800 grammi
80 g di prosciutto crudo
400 gr di champignon
senape inglese
pasta sfoglia
un tuorlo d'uovo
burro
sale e pepe
 
Mondare gli champignon, privandoli del gambo e spellandone la cappella; togliere ogni eventuale residuo di terra con una pezzuola umida, tagliarli a pezzi e frullarli, fino a ridurli in purè.
In una padella antiaderente, farli cuocere senza altro condimento se non un pizzico di sale: saranno pronto quando tutta l'acqua di cottura si sarà assorbita.
Togliere i filamenti di grasso al filetto e sigillarlo in padella, dopo aver fatto sciogliere un po' di burro, meglio se chiarificato. Spennellarlo con un po' di senape dolce (la migliore sarebbe quella inglese), io però non l'avevo e l'ho omessa.
Stendere sul piano di lavoro un foglio di pellicola trasparente e disporvi le fette di prosciutto crudo, leggermente sovrapposte le une alle altre.Spalmare sul prosciutto il trito di funghi passato in padella e livellarlo bene con una spatola. Disporre il filetto ad una delle estremità della pellicola e, aiutandovi con quest'ultima, avvolgerlo nel trito di funghi e nel prosicutto. A operazione ultimata, riporlo venti minuti nel frigorifero.
 
Trascorso questo tempo, stendere sul piano di lavoro un foglio di pasta sfoglia e spennellarvi del tuorlo d'uovo ai bordi. Disporre il filetto al centro della sfoglia e richiudere, sigillando bene i bordi. Con un coltellino affilato, praticare delle incisioni sulla pasta, spennellare con il resto del tuorlo (allungare, eventualmente, con un po' di latte) e infornare a 180 gradi per 35 minuti. Il mio era un pò alto e avrebbe necessitato di altri 5 minuti di cottura. Quindi tenete anche conto dell'altezza del vostro filetto quando cuocete. :)

 
Una volta sfornato, trasferirlo sul piatto da portata, lasciar raffreddare pochissimi minuti e procedere col taglio. Perfetto con patate novelle al forno, asparagi, carotine, ma anche con una semplice insalata verde.
I vostri ospiti ne resteranno estasiati, ve lo assicuro!

sabato 23 marzo 2013

QUATTRO PIRATI NEL MAR DEI SARGASSI: FIDEUA' ALLA PESCATORA

"Quattro pirati sul mar dei sargassi
in una zattera fatta di assi;
vanno remando, dicono loro,
alla ricerca di un grande tesoro.

Però!
Uno è alto, uno basso, e uno è zoppo,
ed il quarto ha la benda sull'occhio;
vanno remando, dicono loro,
alla ricerca di un grande tesoro."
 
Chissà quali e quanti tesori, i pirati d'ogni dove, hanno trovato, accumulato, nascosto e dilapidato.
Certo se la vita del pirata sembra oggi uno spasso, non doveva esserlo allora.....
 
Se infatti i cuochi nella cambusa inventavano dei piatti spettacolari per sfamare il capitano e la sua ciurma (come il nostro amico - dal buon cuore - Zabalò, che per fare in modo che il capitano lasciasse un pò di rancio per la ciurma ,sostituì il riso con i fideus, nella preparazione della paella, inventando di fatto la Fideuà), per contro possiamo immaginare che il cibo a bordo non fosse il massimo.
 
A cavallo tra  il 1700 e il 1800 l'acqua potabile, potabile caricata a bordo, destinata all'uso per  l'intero viaggio, era contenuta in barili di legno. Durante la lunga navigazione all’interno di questi barili si formavano dei gas fetidi (l’acqua a contatto con il legno estrapola i principi gommosi, salini, mucillaginosi), e prendeva un odore ed un gusto nauseanti. Con appositi filtri, che la rendevano limpida, si poteva migliorarne un poco il sapore, ma certamente non era la stessa cosa che utilizzare acqua corrente.
Il cibo era costituito principalmente da patate, legumi secchi, carne salata e stoccafisso.
Erano sempre presenti le gallette che venivano conservate in cassoni foderati di zinco per mantenerle lontane dall’umidità, dagli scarafaggi e dai topi. Dopo un paio di mesi di navigazione, spesso le gallette venivano “abitate” da dei vermi biancastri … quindi dovevano essere battute sul tavolo per esserne liberate e renderle così mangiabili!
In appositi cassoni erano conservati anche: fagioli, ceci, fave, pasta “traforata”, patate. La dispensa era ricca di aglio e cipolle e pezzate di lardo necessari per fare il minestrone e condire la pastasciutta.
Qualche buon dispensiere portava anche basilico seccato o conciato nell’olio, prezzemolo e conserva di pomodoro.
Il tutto veniva per fortuna integrato con il pesce ... pescato fresco sul posto!
A volte in coperta erano sistemate delle stie con le galline, che fornivano le uova quotidianamente e che venivano poi conservate nella sabbia.
Il piatto preferito dal marinaio, erano le uova fritte, ma non era il piatto giornaliero,  bensì solo quello “della festa”. Raramente erano presenti anche delle gabbie con alcuni maiali, sempre per poi utilizzarli in vari … piatti!
 
Il menù era praticamente uguale tutta la settimana, tranne il venerdì (giornata di magro) in cui si mangiava il baccalà. Se la pesca quel giorno era stata buona si sostituiva il baccalà con il pesce fresco.
Solo se erano previste delle soste intermedie, nella discesa in porto si potevano trovare frutta fresca e verdura fresca. Ma erano rarità, costavano ed inoltre non era possibile farne una grossa scorta a causa dell’impossibilità di conservare tutto se non per pochi giorni.
 
Ci voleva proprio coraggio a navigare con dei menù simili! (fonte: ammiraglia88.it)
 
Menomale che c'erano anche cuochi degni di nota a bordo di galeoni e vascelli, che prodighi per il loro lavoro cucinavano, con le poche cose a disposizione, delle vere e proprie leccornie!
 
Oggi ho vestito anch'io i panni di Zabalò e ho preparato - di nuovo - la fideuà con il pesce. La mia prima versione era vegetariana, ma siccome la versione originale vuole del buon pesce fresco in padella con i fideus, quindi di buon mattino sono andata al mercato e dal pescivendolo di fiducia ho comprato: scampi, gamberoni, gamberi, calamari, cozze e vongole veraci. Inoltre, dal dirimpettaio, un coltivatore diretto della zona, gli ingredienti per il brodo vegetale, del buon prezzemolo per farne una salsa, e dei bellissimi pomodori rossi per il soffritto.
 
 
Fideuà alla pescatora con finta salsa verde
 
 
Per 2 persone:
 
200 gr di fideus, o spaghetti spezzati di 2/3 cm
2 gamberoni
2 scampi
2 calamari interi
6 code di gambero
150 gr di vongole veraci
200 gr di cozze
 
2 pomodori rossi maturi
olio evo
aglio
sale
un pizzico di pistilli di zafferano DOP dell'Aquila 
 
per il brodo vegetale

750 ml di acqua fredda
1/2 cipolla
1/2 costa di sedano
1/2 carota
sale
 
per la salsa verde

prezzemolo, circa 30 foglie
sale fino
olio evo
 
Per prima cosa mettiamo a fare il brodo vegetale: in 500ml di acqua fredda mettiamo tutte le verdure, lavate, pelate, e tagliate in 2. Portiamo ad ebollizione, saliamo, e facciamo sobbollire per 1 ora circa, poi teniamo in caldo fino al momento di utilizzarlo.
 
Prepariamo il pesce: 2 ore prima della cottura ho messo a "spurgare" le cozze e le vongole: in due recipienti separati le ho messe a bagno con abbondante acqua, una presa di sale grosso e ho coperto, lasciandole al buio. Prima della cottura le ho scolate e sciacquate, eliminando eventuali conchiglie rotte.. Quindi ho pulito le cozze una ad una raschiando il guscio ed eliminando, tirandole, le barbe che fuoriescono dal guscio.
 
Nella padella ho tostato i fideus, con un filo d'olio evo. Poi li ho messi da parte, tenendoli in caldo.
 
 
Nella stessa padella, aggiungendo qualche altro cucchiaio di olio evo ho fatto saltare prima i gamberoni,  gli scampi e le code di gambero. Le ho tolte e le ho messe da parte, sempre in caldo; quindi ho saltato anche i calamari, puliti, spellati e tagliati a anelli; a scottatura ultimata le ho unite ai crostacei, e ho tenuto tutto in caldo. 
 
 
 
Da parte ho fatto aprire le cozze e le vongole, con un filo d'olio e uno spicchio d'aglio intero, e le ho tenute da parte in caldo.
 
Pelate i pomodori rossi (o sbollentandoli per qualche secondo in acqua bollente, o con il pelapatate) e fateli a pezzettini piccoli, in modo che si disfino facilmente.   Nella padella ho aggiunto all'olio rimasto uno spicchio d'aglio intero (Mai suggerisce di tritarlo, ma non mi piace il gusto troppo predominante dell'aglio), quindi ho aggiunto il pomodoro e fatto soffriggere. Aggiustate di sale ed eventualmente aggiungete dello zucchero. Quando il pomodoro sarà ben disfatto e il soffritto sarà più scuro, stemperate i pistilli di zafferano tritati leggermente con un pò di brodo e aggiungete nei pomodori.
 
 
 Ora versate i fideus a pioggia nella padella, in un unico strato, in modo che cuociano uniformemente e coprite ancora con il brodo. Ora dipende dalla cottura della pasta. La mia cuoceva in 6 minuti, ma ci ha messo un pò di più. Dopo circa 10 minuti infatti era al dente, quindi ho prima aggiunto i calamari, i gamberi, cozze e vongole e infine anche gamberoni e scampi. Infine ho aggiustato di sale.


 
La salsa d'accompagnamento è una finta salsa verde.
 
 
 Nel mortaio di marmo ho pestato le foglie di prezzemolo lavate e asciugate, con il sale fino, fino ad ottenere una sottile purea. Quindi ho aggiunto l'olio evo a filo, e ho continuato a pestare. Il profumo fresco del prezzemolo e la sapidità di questa salsina semplicissima e leggera si sposano perfettamente con la fideuà!


La mia dolce metà ha apprezzato tanto, ma davvero tanto la Fideuà e appena spazzolato tutto ciò che c'era nel piatto, senza nemmeno lasciare uno spaghettino, mi fa: "era veramente buono!".. mi sa che mi tocca rifarla presto! :D
Grazie alle amiche dell'emmetici e a Mai per avermi fatto scoprire questa meravigliosa ricetta: spero di poterla proporre presto agli amici in una cena tutta spagnola! :)

mercoledì 20 marzo 2013

MATRIMONIO D'AMORE: FIDEUA' E RATATOUILLE

La ricetta dell'MTC di questo mese è la fideuà, e viene direttamente dalla catalogna, regione all'estremità nord-orientale della penisola iberica. Da lì viene infatti Mai, del blog Il colore della curcuma, vincintrice della scorsa sfida (quella sulla red velvet).

Sono stata una sola volta in spagna, 10 anni fa circa, a Madrid, sono stata rapita immediatamente da tutto ciò che vedevo. Dalla paella, al jamon, ai bocadillos mangiati seduti sulla Plaza Mayor prima di visitare il Prado, o i churros con chocolate gustati nella cioccolateria dietro l'hotel dopo un'incredibile scarpinata per arrivare e visitare il Museo Nacional de Arte Reina Sofia. Che bei ricordi!!
 
Ma ora, salutiamo Madrid, e spostiamoci sul versante mediterraneo della Spagna, vicino Valencia. Lì infatti ritroviamo le origini della famosissima paella, di cui la fideuà è figlia. La leggenda, raccontataci dalle amiche dell'emmetici racconta infatti del buon cuore di un cuoco, tal Juan Bautista Pascal, detto Zabalò, che non sapendo più come fare per impedire al capitano del peschereccio dove prestava servizio di mangiarsi la paella, fino all'ultimo chicco di riso, pensò di sostituire quest'ultimo con dei fidelini spezzati: la speranza era che, trovando il rancio di minor gradimento, il capitano avesse avanzato qualcosa anche per la ciurma. Evidentemente, però, Zabalò non aveva fatto i conti con il proprio genio: perchè non solo la fideuà venne sbafata, fino all'ultimo spaghetto: ma la fama del piatto si diffuse immediatamente, dal mare alla terra ferma e passò da lì nella vicina Catalogna, che fu pronta ad adottarlo: tant'è vero che sono in molti a pensare a questo piatto come ad un'invenzione della vibrante fantasia catalana.
 
Dunque la fideuà è molto simile alla paella, anche per la similiarità degli ingredienti utilizzati - pesce e crostacei, verdure e carne (anche se meno spesso), ma anche zafferano e brodo, con l'unica differenza lampante dell'uso degli spaghettini spezzati, chiamati fideus, al posto del riso.
 
La mia prima versione, è totalmente vegetariana. Ho voluto far incontrare gli ingredienti provenzali e quelli valenciani: ed è così che ha luogo un matrimonio d'amore tra la fideuà e la ratatouille.
 
Fideuà con ratatouille e salsa alioli
 
 
Per la fideuà, per 6 persone
 
600 gr. di "fideus" (potete farli spezzando degli spaghetti, 2/3 cm
5 pomodori maturi
1 o 3 spichi d'aglio (a piacere)
un pizzico di pistilli di zafferano DOP dell'Aquila
sale
olio evo
brodo, di verdure in questo caso
Per la salsa alioli
1 spichio d'aglio (ma se vi piace il sapore forte anche 3)
olio evo (quanto basta per legare la salsa sui 100 ml)
sale
il tuorlo di un uovo (facoltativo)
 
Per prima cosa ho preparato il brodo di verdure, come da indicazioni di Alessandra qui, e l'ho tenuto ben in caldo da parte.
Nella "paella" scaldare un filo d'olio, versarci i fideus e farli tostare il più omogeneamente possibile, devono diventare sul marroncino, ma attenzione a non brucciarli troppo. Poi teneteli da parte. Da parte ho stufato le verdure, seguendo la ricetta della mia ratatouille alla provenzale, tagliando però le verdure più piccole, quasi della dimensione dei fideus.
Ora lavate e sbucciate i pomodori. Se li fate sbollentare qualche minuto in acqua bollente è molto più
facile, se non avete voglia potete usare il pela patate. Tagliuzzateli piccoli, piccoli.
Sbucciate lo spicchio/spicchi d'aglio, fateli fini fini e soffriggere nell'olio (io l'ho tenuto intero perchè non mi piaceva che predominasse troppo), dopo qualche secondo aggiungerci i pomodori. Aggiungere una punta di zucchero, e più avanti correggere di sale. Se è necessario, (e lo sarà) bagnare con del brodo.
Quando il soffritto ha cambiato colore, si è ridotto e addensato, versare lo zafferano pestato nel mortaio - e qui, scusatemi, ma gioco in casa - e sciolto con un filo di brodo, amalgamare e aggiungere mezzo cucchiaino di paprica dolce.
 
 
Dopo di che va versato il brodo sufficiente a coprire appena appena la pasta quando la andremo a buttare. Dovrete regolarvi a secondo la pentola o padella che avete a disposizione, ma meglio se questa è bassa e larga.
Quando il brodo comincia a sobbollire buttare la pasta, disponendola omogeneamente su tutta la padella. Qui vanno controllati i tempi di cottura della pasta, la mia era 6 minuti, quasi a fine cottura ho aggiunto le verdure stufate e ho fatto insaporire, aggiustando di sale.
 
 

La fideuà (soprattutto quella classica di pesce) va sempre accompagnata dalla sua salsa, l'alioli, una salsina fatta soltanto con aglio, olio e sale, e tanto olio di gomito perché si fa dentro un mortaio. Ci vuole tanta pazienza e una trentina o quarantina di minuti. Di solito l'alioli lo fanno gli uomini di casa perché se una donna lo guarda la salsa impazzisce e si deve ricominciare da capo, ecco una buona scusa per dare un lavoretto ai maschi di casa (Brava Mai, ben detto!! Peccato che io me la sia dovuta fare da sola.. sarà per questo che è venuta con i grumi?).
 
 
Si comincia con il mortaio appoggiato sul tavolo, pestando l'aglio 1o 3 spicchi, privi dell'anima e un pizzico di sale. Deve diventare una purea finissima, senza grumi.
Dopodiché fate sedere il marito/fidanzato/compagno con il mortaio tra le gambe, in una mano il pestello e nell'altro l'oliera. Il preparato si deve girare e girare versando l'olio a filo, o meglio a goccia, sul mortaio ma non direttamente sull'impasto. Vedrete che dopo 15/20 minuti la salsa comincia a legare e a crescere.
Un'altra versione prevede l'aggiunta del rosso di un uovo (io l'ho omesso). Questo va messo dopo che l'aglio è già purea, si amalgama e si procede con l'olio.
Accompagnata con la fideuà di verdure la salsa alioli ci sta bene, ma per i miei gusti è troppo forte. Sicuramente è più azzeccato l'abbinamento con il pesce.

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